Pasolini: "Dalla crisi usciremo da soli"
4 novembre 2009
L'intervista che il presidente di Legacoop Forlì-Cesena, Mauro Pasolini, ha rilasciato al mensile “La Società Cooperativa” dopo l'assemblea annuale di Castrocaro.

Anticipiamo l'intervista che il presidente di Legacoop Forlì-Cesena, Mauro Pasolini, ha rilasciato al mensile “La Società Cooperativa” in uscita nei prossimi giorni. Un colloquio a tutto campo, dalla crisi economica al rapporto con la politica, dalla questione Romagna al ruolo delle cooperative sociali, fino alle manovre di avvicinamento tra consorzi di produzione lavoro.
(Forlì-Cesena, 4 novembre 2009) – Un anno fa il presidente di Legacoop Forlì-Cesena Mauro Pasolini fu tra i primi a sollevare l’allarme sullo sconquasso che stava colpendo il sistema economico. «C’era il timore che fossero in pericolo i principi che avevano ispirato gli ordinamenti statuali, gli impianti legislativi e gli assetti istituzionali dell’intero occidente», dice. Lo abbiamo intervistato al termine dell’assemblea annuale.
Presidente, che cosa ci ha portati a questo punto?
C’era il timore che fossero in pericolo i principi che avevano ispirato gli ordinamenti statuali, gli impianti legislativi e gli assetti istituzionali dell’intero Occidente Quel timore era fondato. La deriva della cultura relativista aveva sostituito il confronto ideologico del Novecento.
Sarebbe a dire?
Sarebbe a dire che i vinti erano annichiliti dalla sconfitta. I vincitori, impegnati ad incassare in fretta i frutti della vittoria, non proponevano più modelli culturali. Ma solo richiami ad una sfrenata economia di mercato, senza principi e senza regole.
Colpa della finanza?
Non solo: colpa di un’economia virtuale fondata sull’illusione collettiva di aspettative speculative e ostile all’etica della produzione. La ricchezza finanziaria prodotta vorticosamente aveva reso incontrastabile l’idea che il libero mercato fosse regolato esclusivamente dai rapporti di forza.
Dove si è sbagliato di più?
Non è questione di Paesi, ma di culture. Nella nostra stessa Europa era divenuta minoritaria la cultura che considera il libero mercato fondamentale per lo sviluppo economico di un Paese solo quando non annichilisce e pregiudica il destino dei singoli e se ne fa carico.
Come ci si difende?
La tentazione delle vie brevi, prima che dei sistemi, è dei singoli. È fuori di dubbio che oggi, individuate e colte le ragioni della crisi, non possiamo più metter in discussione la strada giusta. Ma abbiamo anche la consapevolezza che la buona cultura e le buone regole (le nostre) non sono mai certamente e definitivamente acquisite. E che dobbiamo difenderle e riconquistarle quotidianamente, anche con l’esempio personale.
C’è una lezione da cogliere?
La crisi è stata la conseguenza dell’umiliazione dei nostri valori. Siamo stati travolti da una deriva culturale che ha confuso, in una nebbia di conformismo e di indifferenza, le distinzioni fra onestà e disonestà, arroganza e forza, prepotenza e autorevolezza, solidarietà e competizione. Come ha detto il Cardinal Caffara abbiamo confuso i nostri desideri con i nostri diritti.
Come se ne uscirà?
Se fosse credibile come dicono gli analisti ed il governo, che usciremo dalla crisi prima e meglio degli altri, allora avevamo ragione anno scorso quando pronosticammo, senza alcun dato che ci confortasse, che ne saremmo usciti prima del previsto, ma da soli, ciascuno per la sua parte, autonomamente, contando solo sul nostro impegno. Viaggiavamo a vista, ma confidavamo nella natura del nostro tessuto imprenditoriale. Ma aggiungemmo che ce l’avremmo fatta purchè noi, la politica, le banche, avessimo ristabilito principi e regole. In realtà confidavamo solo sulle nostre qualità. Infatti, ancor oggi siamo in attesa di quelle dello Stato.
Cosa vi fa credere di poterne uscire solo con le vostre forze?
I fattori di vantaggio che abbiamo messo in campo. La capacità dimostrata di reinvestire in noi stessi; nelle nostre imprese. La forza di reinvestire utili in patrimoni a disposizione dell’impresa non è solo un nostro principio statutario, ma è anche una tradizione della nostra classe imprenditoriale. Una tradizione che deriva dalla consapevolezza che l’impresa è anche un bene sociale. Quella che definisco la cultura territoriale che privilegia il radicamento profondo dell’azienda, come la simbiosi umana del singolo imprenditore, con il nostro territorio.
Il territorio è ancora importante?
Sì, se pensa che abbiamo imprese che pur operando a livello nazionale o addirittura internazionale, continuano comunque a definirsi di Cesena o di Forlì o di Ravenna. Imprenditori, che pur impegnati quotidianamente in Italia o all’estero, non rinunciano alla loro visibilità e riconoscibilità sociale.
Adesso qualcuno comincia a dire che si vede la fine del tunnel. È vero?
Non so se la produzione abbia ripreso vitalità, o come l’abbia ripresa. Non credo però che la crisi nel suo complesso abbia imboccato l’uscita dal tunnel. D’altronde è proprio di questi giorni la rilevazione ISTAT sui dati economici dell’industria Italia. Secondo l’ISTAT calano gli ordini, su base annua, del 27,5%, come pure i fatturati di oltre il 21%. Una situazione, pertanto, che rappresenta uno stato di crisi ancora virulenta e che ci fa riflettere sui tempi del suo superamento.
Quali sono gli elementi più preoccupanti della crisi?
Quelli che avevamo ipotizzato lo scorso anno e che purtroppo si sono concretizzati e permangono. In sintesi avevamo previsto una caduta della spesa pubblica; un considerevole calo dei livelli occupazionali; difficoltà crescenti di accesso al credito. Avevamo denunciato che strutturalmente e non congiunturalmente la quantità e la qualità della spesa pubblica (da tempo) si stavano progressivamente e velocemente riducendo e contemporaneamente modificando. L’opera pubblica sempre di meno è finanziata direttamente dal pubblico; mentre sempre di più si ricorre al finanziamento privato.
Cosa pensa del crollo degli investimenti pubblici?
Il calo degli investimenti pubblici è strutturale, perché ci è imposto da regole di bilancio europee, che fronteggiano e contengono il nostro debito pubblico come quello degli altri paesi aderenti. Esso però è determinato anche da una perduta capacità della politica di programmare le scelte degli investimenti finalizzate ad un vero sviluppo infrastrutturale dell’intero Paese. L’ultima vera e grande programmazione è stata quella dell’alta velocità, pensata e programmata venti anni fa. Da allora più nulla, se non una miriade vorticosa di interventi, giustificabili più da spinte clientelari che da interessi generali.
Quindi?
Quindi avevamo ragione quando prevedemmo che lo Stato, già limitato nella sua capacità di spesa, sarebbe stato costretto a ridurla ulteriormente per far fronte alle contingenze sociali di una crisi così grave. Il Sole 24 ore ha certificato le nostre previsioni. Purtroppo nei primi sei mesi di quest’anno i bandi per le opere pubbliche sono crollati del 50%.
E i posti di lavoro? Anche le cooperative fanno ricorso alla cassa integrazione?
Il calo occupazionale ormai è definibile nella sua ampiezza. Il vero problema oggi è come sapremo compensare questo disagio sociale in assenza di una politica sociale di lungo periodo. Gli ammortizzatori sociali sono temporanei e non potranno sostenere a lungo una crisi occupazionale che invece sarà lunga. Le nostre cooperative, per la loro peculiarità, sono ricorse più tardi agli ammortizzatori sociali, sacrificando molto spesso le riserve accumulate. Ma il livello di tenuta non è infinito.
Cosa possono fare le imprese, allora? E cosa pensa di chi è volato all’estero?
Questa è l’occasione in cui si manifestano le differenze fra una classe imprenditoriale (sana e pulita) che è costretta con grande sofferenza a sacrificare i livelli occupazionali e li sacrifica come ultima possibilità; ed una imprenditoria (cinica) che sfrutta le situazioni di crisi, per ristrutturare la sua organizzazione produttiva, colpendo volutamente ed esclusivamente i livelli occupazionali. Provocando, così, un problema sociale il cui costo graverà sull’intera società. Questi comportamenti, sempre in agguato, non solo creano un problema sociale ed un conseguente costo sociale, ma provocano un danno diretto a tutta l’economia. Sottrarre, per meri calcoli speculativi, risorse di vita a centinaia di lavoratori, significa sottrarre all’economia quella ricchezza di spesa di cui essa vive. Ma significa anche una vergogna politica per chi rimane indifferente o addirittura giustifica tali scelte.
Però c’è chi dice che i costi per produrre in Italia ormai non sono più sostenibili...
Tutti sappiamo che la convivenza sociale ha un costo. Garantire a tutti una sopravvivenza che non sia solo economica, ma anche di dignità è un segno di civiltà.
A chi si riferisce?
L’esempio più significativo e diretto sono le cooperative sociali, in questa situazione le più deboli. Esse hanno dato dignità economica e civile a ragazzi che altrimenti, per le loro condizioni sfortunate, sarebbero stati fuori dal normale circuito produttivo; e la loro vita sarebbe stata un peso passivo sull’economia delle loro famiglie e un costo assistenziale e improduttivo per gli stessi Enti Pubblici.
Alcuni enti pubblici però sembrano non non riconoscere più questo ruolo. Fine dell’economia assistita?
Questa non è economia assistita. Avere organizzato questi giovani, con l’aiuto e la sensibilità degli amministratori pubblici, aver garantito loro una occasione di lavoro autonomo, non solo ha significato riconoscere e garantire la loro dignità, non solo ha significato offrire loro un riscatto economico, ma ha garantito a quegli Enti Pubblici servizi decenti che, con i costi correnti di mercato, essi non avrebbero potuto avere.
Come si è evoluto il rapporto con le banche?
La difficoltà di credito si è manifestata in tutta la sua dimensione e le ragioni delle nostre doglianze di ieri, sono fondate anche oggi. Ma non è opportuno contrapporsi al sistema bancario con rancore (ne avremmo ben donde) o con un atteggiamento di sola rivendicazione. Semmai dobbiamo aprire un confronto costante (anche aspro), partendo, però, da ciò che è possibile fare.
L’impressione è che anche le banche non se la passino molto bene...
È indubbio che il sistema bancario, nel suo complesso, non è in salute e la ristrutturazione che dovrà affrontare coinvolgerà anche la sua stessa missione. La politica delle concentrazioni, perseguita anche con una esasperata espansione acquisitiva sia nel territorio nazionale che all’estero, l’ha messo in gravi difficoltà economiche e di credibilità e le conseguenze di queste strategie si stanno ribaltando su noi clienti finali. I loro modi di reagire sono stati diversi; ed alcuni sono sicuramente intollerabili.
Chi salva nel mucchio?
Chi di loro, nel perseguire le sue strategie di espansione acquisitiva, non ha sacrificato la dimensione territoriale dalla sua missione ed ha, acquistando realtà locali, garantito e mantenuto vivo con esse il rapporto con il tessuto economico ed imprenditoriale del territorio. È il naturale alleato e l’interlocutore privilegiato del nostro sistema. Per ogni confronto dobbiamo partire da qui.
Trascorso un anno, tutti i governi locali sono insediati. Che tipo di rapporto avete instaurato?
Da tempo abbiamo abbandonato la cultura della rivendicazione per impegnarci in un rapporto di collaborazione (pur dialettico) che ci qualifica come protagonisti. D’altronde siamo protagonisti della nostra economia e quindi responsabili non solo degli interessi specifici delle nostre imprese, ma anche della qualità sociale e politica della nostra provincia nel suo complesso.
È solo spirito di servizio al territorio? O c’è altro?
Lo spirito di solidarietà, è un valore fondante e distintivo dell’organizzazione cooperativa, ma la qualità della nostra vita è la garanzia più importante del nostro sviluppo economico. È la ragione per cui il mondo di Legacoop investe risorse e dedica intelligenze al nostro territorio.
Che tipo di riscontro avete trovato nelle altre associazioni di categoria?
Ritengo che questa cultura sia condivisa, perché di fronte alla crisi le associazioni imprenditoriali di rappresentanza hanno sentito il bisogno di sedersi attorno ad un tavolo e, superate le loro tradizionali divisioni, hanno elaborato proposte comuni. Ritengo anche che siamo stati indotti a ricercare comuni interessi dalla nostra Provincia, quando, in tempi ormai lontani, ci coinvolse nella elaborazione del Patto per lo Sviluppo. Quell’atto fu la fonte delle successive e comuni elaborazioni.
Perché ritiene il Patto per lo Sviluppo così importante?
Perché in quell’occasione la consolidata tradizione di partecipazione sociale delle organizzazioni di rappresentanza imprenditoriale, fu riconosciuta come strumento indispensabile per lo sviluppo economico e civile del nostro territorio. Sappiamo bene che non possiamo chiedere a Sindaci o Presidenti di Provincia risposte che competono ad altre istituzioni. A loro chiediamo col documento che abbiamo tutti insieme prodotto e diffuso, di considerarci parte attiva di un progetto che sviluppi, assieme a loro, progetti infrastrutturali comuni; ma anche una riforma amministrativa che finalmente garantisca snellezza, celerità, trasparenza.
Che tipo di riforma?
Per quale ragione le procedure autorizzative per una concessione edilizia non possono essere le stesse per tutti gli enti competenti del nostro territorio? Perché le procedure di appalto, come i sistemi di appalto non possono essere gli stessi? Perché su procedure amministrative per identiche materie i dirigenti, dei diversi enti, devono godere di una autonoma discrezionalità nel proporre diversi sistemi procedurali? Noi ci proponiamo (scegliete voi le forme e i modi), di elaborare insieme una riforma che uniformi i sistemi procedurali per tutte le istituzioni del nostro territorio.
La politica in crisi ha ancora la forza di confrontarsi su questi temi?
È oramai invalsa la convinzione che viviamo una grande crisi della politica. È una considerazione così generica ed imponderabile che non è opponibile. Ma è sicuramente una giustificazione salvifica. Credo, infatti, che semmai sono in crisi i modelli politici con cui è cresciuta la mia generazione. Siamo noi ad essere in crisi, non la politica nella sua accezione. Essa evolve in coerenza con l’evoluzione degli interessi e dei bisogni della gente. Se è in grado di garantire risposte comprensibili è premiata, altrimenti è punita.
Il mondo è cambiato: e voi?
I modelli aggregativi di rappresentanza, di tutela e di rivendicazione sono mutati, perché è mutata l’organizzazione dei bisogni. Questi non sono più stereotipi di natura collettiva, definiti da categorie ideologiche. Oggi la loro valorizzazione e la loro tutela non può prescindere da una valutazione di merito che, come tale, non può essere definita ideologicamente. Oggi esiste l’imprenditore, o quel sistema imprenditoriale che si qualifica perché sceglie di valorizzare la sua impresa, o il sistema di imprese a cui appartiene, come elemento sostanziale per la crescita sociale e civile del suo territorio; così come esiste l’imprenditore che considera la sua azienda avulsa da ogni richiamo sociale e la organizza solo per il suo profitto diretto ed immediato.
Due modelli opposti e antitetici. Chi vince?
Sicuramente la crescita economica di entrambi, in condizioni di normalità, garantisce occupazione e ricchezza. Ma quale risposta daranno a una crisi economica? La politica saprà distinguere le differenze? Saprà coniugare i bisogni con i meriti? Saprà distinguere, nel predisporre politiche di tutela o di incentivo, gli interessi compatibili con le necessità sociali da quelli che invece le provocano?
In definitiva, cosa chiedete oggi alla politica?
Oggi il compito della politica non è più di realizzare o esaltare modelli, ma di negoziare e di organizzare il patto di convivenza sociale, rinnovandolo in coerenza con la natura dei bisogni e con la qualità dei meriti. Oggi il suo compito (che non sta svolgendo), di fronte alla violenta crisi che viviamo, è di impedire che la forbice del divario economico fra cittadini, provocata dalla deriva del pensiero debole, si allarghi al punto di provocare un vero e proprio divario sociale irreversibile. Un altro compito della politica, di quella a noi vicina, quella che viviamo, ascoltiamo e leggiamo tutti i giorni nelle cronache locali, è di non lasciare ai soli governi locali il compito di definire e predisporre le linee di sviluppo economico e sociale della nostra Provincia.
Da tempo si dibatte della questione Romagna. Lei cosa ne pensa?
Io credo che l’identità di una collettività, di un popolo, non sia qualificabile solo da tratti geografici o da richiami storici, ma soprattutto dalla sua identità economica e sociale. Come dalla coesione dei suoi interessi. E io credo che rispetto a queste caratteristiche la nostra identità sia già definita.
Cosa manca allora?
Più che di confini geografici istituzionalizzati, oggi sento la mancanza di grandi idee che coinvolgano ed esaltino la nostra identità. E le grandi idee e le grandi intuizioni nascono dalla politica. È dalla politica che è nato il sistema acquedottistico romagnolo (la diga di Ridracoli); il nostro sistema universitario; il nostro sistema sanitario; il nostro sistema storico-culturale-museale. È la politica che ha delineato e garantito lo sviluppo della più grande industria turistica del mondo, o della concentrazione industriale agroalimentare più importante d’Italia. Oggi sono questi i marchi che ci garantiscono un’identità specifica e spendibile economicamente. Ho l’impressione che da qualche tempo la grande politica sia a riposo; abbia perso il suo impeto. Capisco che le continue scadenze elettorali rendano ossessiva la ricerca del consenso; capisco che la ricerca di leadership nei partiti sia assorbente. Ma i grandi temi che dobbiamo ancora sviluppare, ci sono e devono essere affrontati. È su questi che si costruiscono e si riconoscono le vere leadership. Come si definiscono le vere distintività, anche quelle regionali.
Parliamo di infrastrutture: quali sono le priorità?
Affrontare con visione strategica l’impianto infrastrutturale di questa parte di regione, che coinvolga anche territori in oblio come il ferrarese e che la trasformi nella porta di accesso diretta, e non deviata su Bologna, della Mitel-Europa, oggi allargata all’Europa dell’Est. Non è un problema geografico, non è un problema di Balzani o di Lucchi o di Bulbi. È un problema della nostra politica.
Quali sarebbero le cose da mettere subito in agenda?
Competere con un sistema aeroportuale, anziché essere in concorrenza, a distanza di quaranta chilometri, gli uni contro altri; competere con un nostro sistema fieristico per esaltarne le eccellenze e non umiliarle. Trasformare il nostro patrimonio storico culturale in occasione economica; come esaltare il nostro sistema universitario, rendendolo di supporto per l’efficienza tecnologica e gestionale del nostro sistema industriale; come strutturare le nostre eccellenze di ricerca scientifica (l’IRST) in sfide industriali; sono temi della politica, che aspettano risposte dalla politica.
Nelle situazioni di difficoltà è facile rompere i ranghi. Si aspetta fughe in avanti da parte di qualcuno?
Se è vero che le nostre virtù, come disse qualcuno, sono municipali, è anche vero che le virtù non sono di tutti i Municipi. Metto in conto che qualche realtà provinciale prediliga interscambi diretti con il capoluogo di regione. Ma c’è sempre qualcuno che rallenta la marcia; l’importante è che ci sia sempre qualcuno che guida la colonna.
Stiamo entrando nell’anno del congresso. Il modello di governance che vi siete dati ha tenuto?
Non solo ha tenuto: il modello di Forlì-Cesena ottiene consensi, tanto che lo stesso congresso della Produzione Lavoro si sta indirizzando in quel senso. Attenzione, però. Questo modello non può prescindere dal garantire l’equilibrio fra gli interessi delle grandi imprese (poche) e quelli delle medio-piccole (molte).
L’idea che il governo sia gestito solo dalle grandi imprese va contro i principi della cooperazione e quindi occorre trovare strumenti gestionali che impediscano questi eccessi.
Lei è anche presidente di Conscoop: cosa sta succedendo nel mondo dei consorzi?
Per quanto mi risulta c’è un progetto di fusione tra CCC e Consorzio Ravennate, mentre un progetto più complessivo che riguardi anche il Conscoop è sicuramente auspicabile, ma di là da venire, perché a tutt’oggi Conscoop non è stato coinvolto. In ogni caso, chi pensasse che tutto vada ridotto a uno sbaglierebbe, perché non avrebbe tenuto conto della storia delle singole aziende consortili, delle loro specifiche missioni aziendali e della volontà dei soci, che sono molti e non certamente riconducibili a sole poche, anche se grandi imprese. Comunque la Legacoop di Forlì-Cesena sarà molto attenta a che non si pregiudichino non solo gli interessi del Conscoop, ma soprattutto quelli delle sue associate.
Ufficio stampa Legacoop Forlì-Cesena: Emilio Gelosi, tel. 0543 785440 - emilio.gelosi@sapim.it



