La relazione di Mauro Pasolini all'assemblea di Legacoop Forlì-Cesena
7 novembre 2008

Pubblichiamo la versione integrale della relazione tenuta dal presidente di Legacoop Forlì-Cesena, Mauro Pasolini, all'assemblea dell'associazione svolta il 7 novembre all'Hotel Globus di Forlì.
In molti si sforzano di raccontarci le più disparate e sofisticate teorie sulle ragioni della crisi che ci ha travolto. E ci indicano le più diverse soluzioni.
Non ho la capacità, né la presunzione di accodarmi. E comunque non è il mio mestiere. Posso solo esprimere poche e banali considerazioni, ricavate dai problemi che siamo costretti a vivere quotidianamente in impresa. Ed ammettere che il disagio che proviamo, non è altro che la paura dell’incomprensibile.
Ci siamo resi conto che è successo qualcosa di grande gravità, perché mai come in questa circostanza siamo stati colpiti anche singolarmente.
Dopo la sua apoteosi è la prima volta che abbiamo percepito il senso negativo del significato della globalizzazione. Abbiamo capito improvvisamente che la nostra ricchezza, anche personale, era virtuale perché gestita da mani sconosciute.
Per anni abbiamo perseguito e praticato un sogno di ricchezza garantita solo dal prodotto finanziario. Ed abbiamo creduto che i suoi risultati strabilianti fossero il surrogato delle più sudate rendite del prodotto industriale.
Sulla rincorsa alla rendita finanziaria, in troppi hanno creduto che l’industria, per i suoi tempi, i suoi modi, le sue regole, la sua etica non fosse più idonea a produrre ricchezza. Era considerata tecnicamente inadeguata e perdente rispetto alla moltiplicazione esponenziale di ricchezza garantita dal “prodotto finanziario”.
Ma poi in tutto il mondo la carta che produce carta si è rivelata carta quando improvvisamente è bruciata.
Se è vero, come si dice, che le persone toccano il massimo della credulità quando sono al massimo della felicità; è proprio per questo che inciampano in quei cattivi maestri quali quelli che, solo qualche giorno prima del crollo della borsa del 1929, dissero dall’alto della loro autorevolezza accademica, “il prezzo delle azioni ha raggiunto un altopiano permanente”. L’incidente si è ripetuto. La storia si è ripetuta. Ed oggi è amaro constatare che ancora una volta le sue lezioni, anziché indurci a memorizzare gli errori del passato per prevenire i pericoli del futuro, le consideriamo sempre e solo cronache di una storia che non avrà ricorsi.
È forse l’ultima occasione di capire la lezione. Di capire che un sistema paese nel suo immaginario collettivo non può inseguire la strada folle “delle crescite esponenziali” (esse esistono in matematica ma non in natura). Di capire che la modernizzazione non è sinonimo di produzione finanziaria; ma è uno strumento di gestione industriale per trasformare in qualità la quantità delle produzioni; unico e vero mezzo per contrastare, in un mercato globalizzato, la concorrenza avvelenata di quei paesi che con la loro inciviltà democratica, avvalendosi impunemente di sistemi industriali inqualificabili producono merci a bassissimi costi.
Di capire che ridurre la quantità delle nostre personali necessità di consumi, ci permetterà di aumentarne una più equa e diffusa distribuzione e, così, la possibilità di soddisfare una maggiore domanda e quindi garantire un mercato più ampio.
Ma dobbiamo denunciare anche che la crisi è esplosa quale conseguenza di una crisi etica di valori oramai evidente a tutti, anche se da troppi pervicacemente ancora taciuta. Crisi etica che coinvolge i comportamenti del sistema produttivo, come non risparmia quelli dei singoli.
Ne usciremo e prima del previsto. Ci tireremo fuori da soli, noi stessi, ciascuno per la sua parte, autonomamente e contando solo sul nostro impegno. Ma dobbiamo ristabilire principi e regole. E guai a noi se fossimo colti dalla tentazione di rinunciare al nostro impegno per delegare la soluzione alla sola politica. Ci illuderemmo e rinunceremmo ad essere protagonisti del recupero. Pregiudicheremmo il recupero stesso.
La politica per sua natura può proporre solo soluzioni confezionate e di compromesso. Ma in una società aperta come la nostra, per risolvere una crisi di tale portata, esse non esistono e non può esistere un unico soggetto che possa conoscerle ed imporle. Le soluzioni infatti saranno il risultato dell’impegno (e del rispetto di tale impegno) che ogni soggetto dovrà a se stesso ed alla società.
Alla politica (soggetto fra i soggetti) dobbiamo chiedere e la politica, anche in periferia (deve garantire), provvedimenti limitati e temporanei, come ad esempio la tutela del risparmio dei singoli. E chiederle di punire duramente tutti coloro che ne hanno carpito la fiducia.
L’intervento della politica deve garantire tutele certe per i deboli e ripristinare con regole certe, uguali e vincolanti, condizioni di pari opportunità per tutti. Ma non deve e non può imporre modelli. E ricercarli, o chiederli, è un pericolo in agguato, perchè siamo condizionati da un reale stato di disorientamento. È un pericolo che dobbiamo evitare. Ad esempio, già si riorganizzano tendenze o filoni di pensiero, mai sopite, che vorrebbero spingerci, evocando suggestioni difensive, a contestare istituzioni indispensabili e insostituibili quali l’Unione Europea, per tornare a rivendicare autonomie autarchiche che ci condannerebbero, fatalmente, al un fallimento certo.
Se nel ‘900 sono crollati i sistemi fondati su modelli ideologici alternativi a cui tutti eravamo comodamente omologati e da cui ci sentivamo protetti; poi, non vedendo alternative, ci siamo velocemente accordati al pensiero unico di un liberismo, così divenuto dilagante. Liberismo che oggi ha dimostrato tutto il suo fallimento.
Oggi abbiamo la fortuna che la dimensione globale di questa crisi non può obbligarci, per uscirne, ad accucciarci nelle risposte delle alcove delle ideologie. Esse sono tutte cadute. Non esistono più modelli globali di riferimento. È una occasione da cogliere. Oggi siamo veramente liberi e quindi in grado di fare scelte che siano realmente ragionate da noi.
Peraltro se solo fossimo un pochino attenti, ci accorgeremmo che già oggi milioni di consumatori e di produttori stanno programmando le loro vite e perseguendo i loro interessi, secondo la propria personale visione del mondo; come stanno organizzando nuovi modelli di rappresentanza e di tutela. Lo facciamo anche noi giornalmente nelle nostre case, nelle nostre imprese. Ciascuno per conto suo, senza neppure sapere come e perché dalla nostra libera iniziativa verrà, come verrà, un beneficio generale. Il compito di ognuno di noi nel suo ruolo, sarà quello di interpretare il senso politico di tanta tensione positiva.
In questi anni, anche fra i cooperatori, ho percepito molto forte il disagio e la fatica provocati da uno stato di inappartenenza ideologica.
Orfani delle ideologie, non si comprendevano quali fossero i segni distintivi fra le diverse politiche, convenzionalmente catalogate di destra e di sinistra. Semmai ci si è limitati a rincorrere definizioni palliative, durature non più di un respiro, ma non altrettanto vitali.
Questa crisi invece, per le sue origini e in quelli che sanno i rimedi, ci riporta con brutalità a individuare e subire le differenze, perché le differenze esistono e marcano, anche violentemente, politiche ed organizzazioni statuali. E dobbiamo coglierle per definire i nostri comportamenti in coerenza con i nostri principi. La differenza fra chi ha teorizzato ed organizzato uno Stato che deve essere fisiologicamente estraneo ai comportanti imprenditoriali ed alle conseguenze sociali che questi possono provocare. Uno Stato che deve agevolare lo sviluppo di un libero mercato regolato esclusivamente da rapporti di forza, e quindi indifferente al destino dei singoli, anche quando esso diverrà un problema sociale. E chi ha continuato (purtroppo ultimamente in solitudine) a teorizzare uno Stato che considera patologici e devianti quei comportamenti imprenditoriali le cui conseguenze potrebbero arrecare grandi danni sociali; quindi doverosamente pronto ad intervenire. Uno stato che considera il libero mercato indispensabile per lo sviluppo, ma solo se non annichilisce e pregiudica il destino dei singoli e se ne deve fare carico.
In realtà nei nostri pensieri, nella politica, nelle organizzazioni statali, corrono e si confrontano questi due orientamenti, che pur partendo dall’unica idea che considera la libertà d’impresa e la libertà del singolo requisiti fondamentali; nella loro evoluzione sono alternativi e non sono conciliabili. Oggi mi sembra sia molto chiaro come e dove siano identificabili le distintività politiche.
Se è evidente che il fattor comune della crisi è nel sistema finanziario, una tale lettura ci rende immediatamente evidente quale dei due orientamenti ne ha creato i presupposti. Come è altrettanto evidente che sono diversi gli approcci politici per contenerla. È nella loro diversità che si connotano, manifestino e risaltano, le differenze della politica.
Noi oggi ci presentiamo con dati buoni e in crescita ma sappiamo che è una fotografia irripetibile. La crisi recessiva ci sta colpendo e ci colpirà ancora.
Le famiglie hanno perso gran parte della loro capacità di spesa e la domanda è caduta. Di conseguenza la produzione industriale si sta riducendo. Di conseguenza il sistema creditizio, impaurito, ma non pentito per i danni che ha già provocato, si sta chiudendo in se stesso e dalla sua tradizionale prudenza sta degradando irrazionalmente in una parsimonia patologica, ma comunque e sempre di mera marca speculativa.
Lo Stato già limitato nella sua autonoma capacità di spesa per investimenti, sia dai suoi propri sprechi oramai insopportabili, sia da regole europee sempre più rigide; oggi è costretto ad impegnare altre somme non previste per tutelare (speriamo mai) i risparmiatori. Quindi non potrà che limitare ulteriormente le sue possibilità di cassa e di spesa.
Già da diverso tempo avevamo chiaro, e chiarito a noi stessi nel programmare lo sviluppo delle nostre imprese, che la quantità e qualità della spesa pubblica e quindi del mercato si stavano progressivamente e velocemente riducendo e modificando. L’opera pubblica sempre di meno era finanziata direttamente dall’ente pubblico; sempre di più richiedeva il ricorso al finanziamento privato. Dal mercato dei servizi, al mercato delle infrastrutture, il ricorso al finanziamento privato è divenuto metodo e tecnica insostituibile per le realizzazioni e la modernizzazione del paese. È pertanto evidente che in una condizione di crisi strutturale e recessiva, lo sviluppo del mercato e di conseguenza dell’economia nel suo complesso, subiranno una caduta verticale e non governabile, se tutti i protagonisti coinvolti nel processo di finanziamento, d’ora in poi non sapranno sacrificare la pienezza dei loro interessi specifici.
Da qui la necessità urgente di predisporre un vero patto per lo sviluppo, anzi “di resistenza”; patto i cui alleati per interesse e quindi allo stesso tempo garanti dei rispettivi risultati, dovranno essere la politica, che dovrà rideterminare le regole; l’impresa, che dovrà sottrarsi ai suoi egoismi e dovrà superare le sue pigrizie e diseconomie strutturali, ricorrendo a qualità e tecnologia; la banca che dovrà agevolare il credito, rinunciando al suo mercantilismo speculativo.
Siamo oramai in campagna elettorale e per fortuna del nostro territorio si voterà per tre grandi istituzioni: il Comune di Forlì, il Comune di Cesena, la Provincia. Quale migliore occasione.
Il nostro sindacato, come tutti i sindacati di impresa, non cerca governi amici, l’alternativa sarebbero governi nemici (sono categorie inesistenti ma virtuali e solo in negativo); ma governi che sappiano ascoltare senza pregiudizi.
Il nostro territorio (la Lega delle cooperative l’ha già più volte sostenuto) è un territorio equilibrato perché ha goduto di buoni governi e di buone politiche. Governi che nel corso di decenni hanno saputo interpretare quella volontà di sviluppo, caratteristica tipica della nostra gente. Intuendo i suoi bisogni; anticipando e progettando politiche ed opere, hanno prodotto, obbiettivamente, occasioni concrete ai singoli ed al mondo imprenditoriale. E quindi reali benefici.
Anche per la crisi incombente, oggi più che mai, la politica ed i governi saranno costretti a riprogettare.
Volutamente non faccio alcun cenno alla necessità di semplificare gli apparati burocratico-amministravi. Il richiamo sarebbe un insulto all’intelligenza. Do per scontato l’impegno.
Voglio invece soffermarmi sulla necessità di ragionare, progettare, perché no sognare, soluzioni che abbiamo respiro e valenza che superino gli angusti confini del singolo comune. Se così sarà, noi saremo i primi ad impegnarci.
Peraltro la crisi è un nemico senza confini.
D'altronde come si può ancora pensare al sistema infrastrutturale di un comune, indifferenti a quello degli altri?
Come si può pretendere di ragionare in autonomia comunale sul sistema aeroportuale o fieristico, in un territorio che per dimensione è più piccolo dell’area urbana di Roma?
Come si può pensare che a ragionare di turismo siano vocate Rimini o al massimo Cesenatico e non anche Cesena, Forlì o Ravenna? O che il sistema montano è in parte di competenza della Comunità montana di Cesena, in parte di quella di Forlì e così via?
Come si può parlare di infrastrutturazione moderna ed attrattiva per efficienti insediamenti industriali, quando il pensiero è rivolto solo alle rendite fondiarie e non anche alle migliori condizioni economiche di favore e di vantaggio per gli utenti e a quel complesso di infrastrutture che vanno dalle strade, alle ferrovie, ai porti che già ci sono, ma, ancoraggi, con una funzionalità sconnessa fra loro e quindi di scarsa utilità per tutti?
Oggi sento la politica di entrambi gli schieramenti animarsi in un dibattito sulle qualità personali (anche anagrafiche) dei suoi futuri candidati. Rispetto lo spirito democratico che anima un simile dibattito, ma non posso sottrarmi dal ricordare a tutti noi e quindi anche alla politica, che il porto di Ravenna è lontano come non lo fu il porto della Ravenna Bizantina. L’aeroporto di Forlì è inutile al pari di quello di Rimini rispetto all’aeroporto di Bologna, nonostante i due aeroporti esistano e funzionino. Che la ferrovia adriatica parte da Lecce ed in una unica rotaia svanisce a Ravenna e da lì al nord-est ed alla Mitel Europa c’è il nulla, se non si passa per Bologna. Ricordo le tante fiere che, una contro l’altra, si ridurranno a fiere dei balocchi. Ricordo che sinora abbiamo goduto di un sistema turistico che potrebbe implodere consunto da strutture oramai vetuste, non più convertibili per vincoli urbanistici, per rilassamento ed ottusità burocratiche; per costi non più compatibili con una economia finanziaria familiare. Ricordo che una delle più belle aree di montagna della nazione, deve ancora sfruttare turisticamente la sua magnificenza.
Il nostro territorio è un sistema civilmente uniforme ma con il vantaggio di essere poliedrico nella sua proposta geografica e produttiva. Una poliedricità che è già stata colta ma che deve essere riprogettata nelle sue grandi possibilità come formidabile occasione unitaria di sviluppo.
La nostra imprenditoria turistica, artigiana, industriale, agricola, commerciale è ai vertici della qualità e quindi della competitività per capacità produttiva, per innovazione, per ricerca non per fortuna ma per politiche accorte. Dobbiamo riprogettare e nella foga del confronto elettorale non si svilisca l’eredità che sarà consegnata da quelli a cui è democraticamente conteso il testimone.
Per evidenziare le ombre si devono riconoscere le luci.
Penso si essere obbiettivo se affermo che oggi partiamo da condizioni di vantaggio. E questa valutazione vale per Forlì come per le altre realtà municipali.
Abbiamo costruito un sistema ospedaliero moderno, sofisticato e di prim’ordine. Molto spesso magnificato, ma dagli altri. Abbiamo costruito un centro per la ricerca sui tumori di eccellenza nazionale. Abbiamo realizzato un sistema universitario apprezzato. Partì malissimo perché fu il risultato di una mediazione estenuante con la potente Alma Mater; ma è stato raddrizzato da scelte che hanno saputo trascurare gli orgogli di campanile, per privilegiare la qualità della formazione e il risultato è stato ottenuto. Abbiamo costruito reti infrastrutturali che hanno sostanzialmente risolto i singoli problemi cittadini. Godiamo di una riconoscibilità culturale perchè con intelligenza e pervicacia i segni della nostra storia sono stati sottratti all’oblio. Ma, attenzione, sono tutti vantaggi che altri, non sapendo divincolarsi dalla loro stagnazione culturale ed economica, cercheranno anche con arroganza di mettere a rischio. Per evitare tali pericoli dobbiamo assieme trovare la volontà di incollare questo puzzle di eccellenze per farne la struttura portante di quella identità che già esiste e che oggi, più di ieri, è la condizione essenziale per garantirci per il futuro condizioni di sviluppo.
Si usa dire che la politica ed il governo siano lo specchio del popolo. Come tutti i detti è sicuramente vero. Facciamo però che ne divengano anche l’espressione autentica; l’anima.
Il mondo imprenditoriale è preoccupato, pensieroso ed anche impaurito, perché è sano ed onesto e come tutti gli onesti è debole ed impreparato di fronte ai comportamenti disonesti. E questa crisi è il frutto marcio di comportamenti disonesti.
Il nostro tessuto imprenditoriale non ha mai abdicato al suo ruolo. Si è sempre impegnato, ha investito in fabbrica e in produzione. Ha investito in modernizzazione e in tecnologia. Ha concepito lo sviluppo e l’evoluzione dell’impresa come la ragione stessa dell’essere impresa. Non tutti ovviamente, ma certamente la gran parte.
Fra di noi ci possono essere anche dei falliti ma non dei traditori. Lo sviluppo dell’impresa l’abbiamo concepito qui, realizzato qui. Qui ci sono state le ricadute sociali che sono vere e non millantate. E le imprese cooperative, proprio per la loro natura sono il soggetto sicuramente più vocato e determinato nel resistere alla crisi recessiva che già ci sta colpendo. D'altronde non possiamo fuggire.
La loro proprietà è diffusa è fatta da centomila soci e quindi da centomila famiglie insediate stabilmente nel nostro territorio. I loro patrimoni non sono mercificabili. Sinora le cooperative hanno vinto le sfide dei mercati perché nonostante la forte e costosa strutturazione aziendale (hanno sempre e comunque garantito per vincolo politico forti livelli occupazionali), hanno investito in se stesse, hanno perseguito al massimo la qualità sia nei sistemi di produzione che nei prodotti. Hanno saputo contenere le loro gracilità competitive ricercando e costruendo reti di solidarietà e collaborazione imprenditoriale. Non hanno mai rinunciato ad esercitare un ruolo sociale forte e visibile.
Certo affronteremo una crisi che si manifesta con la peggiore congiuntura: caduta della domanda, caduta della produzione, raffreddamento del credito, e tutto ciò all’improvviso dopo un decennio di crescita ininterrotta. Il colpo è forte, ma la nostra non era una crescita fasulla, fatta di prodotti finanziari, ma reale perchè fatta di produzione industriale. E, abituati come siamo a temere il futuro che ci siamo sempre conquistati da soli perché nessuno ce l’ha mai garantito, abbiamo saputo, nel frattempo, capitalizzare e patrimonializzare le nostre imprese. Quindi raccoglieremo la sfida sapendo che i granai sono pieni e che come sempre saremo disponibili ad aprire le loro porte per non rinunciare alla nostra missione imprenditoriale e sociale e per non tradire il nostro territorio.
Oggi, consapevoli come tutti del rischio che corre il sistema paese, da cooperatori abbiamo poche certezze, ma chiare.
Alla politica e ai governi locali, che si insedieranno fra qualche mese, chiediamo poco e comunque non chiederemo mai protezioni palliative. Si impegnino a progettare l’immagine del nostro territorio come occasione per lo sviluppo delle sue eccellenze. Lo sviluppo che noi vogliamo è quello che saprà legare tutte le realtà che lo compongono. I nostri futuri governi sappiano essere protagonisti di una riforma culturale che vede le singole istituzioni non in competizione fra loro, ma protagoniste sinergiche di una unica ricca occasione.
Poi chiediamo, per la parte che gli compete, che difenda la qualità della vita dei singoli cittadini. Non mi riferisco alla limpidezza delle acque o ai prati verdi. Mi riferisco alla ricchezza intesa come capacità di spesa delle famiglie, che è violentata quotidianamente. Sono diversi gli interventi possibili in questo senso; interventi che solo il pubblico può garantire. Essi vanno dal contenimento delle tariffe per i servizi pubblici resi; al taglio feroce di tutte quelle diseconomie onerose prodotte dalle burocrazie amministrative, perché sono ingenti risorse sottratte alla circolazione e al mercato; ad una pressione vera e costante di vigilanza sui comportamenti commerciali degli istituti di credito, perché essi si rendano conto che la loro esosità finanziaria non garantirà nemmeno i loro stessi interessi. Ma anzi li danneggerà se sarà colpita ulteriormente la capacità di spesa sia delle imprese che delle famiglie. Oggi l’obbiettivo non è garantire la ricostituzione di beni svaniti; ma agevolare il credito, per permettere ai cittadini e alle imprese quella la qualità di vita e di investimenti che sinora ci ha fatto crescere.
Siamo gli uni legati agli altri e se non renderemo virtuoso questo circuito, pur a costo di grandi sacrifici personali, il fallimento sarà generale.
Purtroppo, spesso, abbiamo perseguito il nostro interesse specifico in contrasto con gli altri interessi. Ma in un contesto di società aperta, dove l’interesse specifico è perseguibile solo se è correlato all’interesse di tutti gli altri protagonisti della società stessa, è stato un grave errore.
Massimo Fini sul Carlino del 14 ottobre ricorda ad un lettore una frase di Nietzsche: “ogni malattia che non uccide il malato può essere feconda”. Credo che la malattia non ci ucciderà. Ma è l’ultima occasione.



